Storia

FABIO MANGILLI: “QUESTA E’ LA MIA AUTOCRITICA”


di Umberto Martuscelli

Una considerazione iniziale: chiunque ami lo sport equestre e sia appassionato di cavalli DEVE leggere il pezzo che segue.

Anche se nulla 
sa dell’autore, anche se nulla sa delle circostanze di cui si dice, anche se non ha mai sentito parlare dei protagonisti di questa storia.

 

Detto e premesso ciò, il pezzo che segue lo ha scritto il marchese Fabio Mangilli nel 1976 in occasione della morte di Surbean, il cavallo che montato da Mauro Checcoli e sotto la gestione tecnica dello stesso Mangilli vinse la medaglia d’oro individuale e a squadre in completo alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. In questo pezzo ci sono delle ‘cose’ straordinarie: l’amore per un cavallo; lo sguardo acuto di chi sa vedere cose invisibili ai più; il senso di responsabilità nei confronti delle aspettative di un pubblico, di una nazione, di una squadra; la fiera capacità di dichiararsi manchevole non tanto nei confronti di altri, quanto piuttosto di sé stessi; l’incrocio tra sentimento e ragione, tra passione e calcolo, tra volere e dovere. Ci sono tante cose, dentro queste parole. Bisogna leggerle tutte: dalla prima all’ultima. E poi ascoltare quello che istantaneamente si agiterà dentro di noi, nella nostra mente e nel nostro cuore.

——————————————–

CHECCOLI_SURBEAN_1964_TOKYO

Surbean montato da Mauro Checcoli, Olimpiadi 1964

Si concedeva ma non fu mai sottomesso! Nell’estate del 1962, con Riccardo e Carlo D’Angelo, mi recai in una scuderia nei pressi di Dublino per vedere un cavallo da destinarsi al concorso completo. Il soggetto che ci fu presentato non piacque e fu scartato. Non avevamo fretta e, gironzolando curioso, entrai nella scuderia quasi deserta. In un box vidi un cavallo grigio,
legato con la capezza a una campanella: Surbean – 7 anni, p.s.i da Monsieur l’Amiral e Supriya. Ancor prima che dalle sue forme fui colpito dalla sua espressione carica d’ardore, vitalità e intelligenza. Legato in scuderia si presentava nello stesso atteggiamento che poi prendeva davanti allo starter.
Chiesi di poterlo vedere e mi fu risposto che il cavallo era già venduto e doveva partire per gli U.S.A. La compravendita era stata fatta da agenzie e probabilmente, con un telegramma, era stato richiesto un cavallo di p.s. grigio. Data la mia insistenza gli interessati hanno certamente pensato che in Irlanda avrebbero trovato un altro grigio da mandare oltre oceano e Surbean fu sellato e condotto in giardino montato da un ragazzotto che gli teneva la testa completamente rovesciata. La ragione di tanta prudenza la scoprii più tardi, a casa, quando molto, troppo spesso si liberava del cavaliere con violenza inaudita. Possiamo vederlo saltare? Per due volte la barriera, appoggiata sullo schienale di due sedie, volò sollevata dagli avambracci. Feci interrompere la dimostrazione e Surbean fu acquistato. Arrivati ai Pratoni del Vivaro costò,
tutto compreso, L. 3.255.215.

Il 2 agosto del 1962 iniziò il lavoro. Non tardò a dimostrare qualità eccelse; straordinaria attitudine al salto, una energia
potente che a volte sconfinava nella violenza. La sua fortissima personalità rappresentava la vera seria difficoltà del suo addestramento. Non tollerava certo, da parte del cavaliere, modi bruschi e, nel primo anno in modo particolare, si poteva ottenere la sua benevola collaborazione solo chiedendogli “per piacere” e dicendogli poi “grazie”. Nel rettangolo avrebbe
potuto raggiungere un livello elevato di correttezza e armonia ma, disponendo di soli due anni per un lavoro tanto complesso, non si poteva pretendere di andare oltre a determinati limiti. Comunque la sua prestazione era tale da non
compromettere il risultato finale delle prove. Sull’ostacolo riusciva ad arrivare quasi sempre giusto e, quando non lo era, risolveva il problema con esibizioni acrobatiche e dimostrazioni di potenza ridicolizzando qualsiasi difficoltà.

Mauro Checcoli, oro individuale e a squadre, ottenuto con Surbean

Mauro Checcoli, oro individuale e a squadre alle Olimpiadi del 1964, ottenuto in sella a Surbean

Essendosi trovato, al momento delle Olimpiadi di Tokyo, in una situazione morale ideale e in forma fisica perfetta, si è compiaciuto di dare una grande soddisfazione agli sportivi italiani avendo trovato in Mauro Checcoli il collaboratore che gli era più congeniale. Ha trascorso gli ultimi sette anni della sua gloriosa vita in serena libertà, nei verdi prati del Vivaro, assieme ai suoi compagni di squadra riposando nelle belle e accoglienti scuderie, seguito amorevolmente da tutti coloro che vivono al Centro Federale. S’è spento per collasso cardiaco. Pochi cavalieri e appassionati hanno la fortuna di incontrare, nella loro vita sportiva, un simile cavallo. Io sono fra questi; m’ha dato le più grandi emozioni quand’era vivo e ora lo ricorderò sempre con amorevole riconoscenza.

Nel corso della preparazione ai giochi olimpici di Città del Messico, mi sono lasciato ingannare dalla sua forma fisica smagliante, non volendo dare il giusto peso a una piccola ma netta contestazione con la quale mi disse d’essere, in fondo, un po’ seccato di queste lunghe prove. Avvenne al non difficile concorso completo svizzero di Maienfeld, nel 1967, dove, nello scrosciare dell’acqua di un ruscello trovò la scusa per mettersi in difesa. In quel momento capii che non avrei più potuto concedergli la mia fiducia, ma non fui abbastanza distaccato e deciso per separarmi da lui. Perseverai nel continuare la sua preparazione. Tecnicamente sempre mi soddisfece, ma qualcosa nel suo morale era nascostamente cambiato. La sua collaborazione in esercizio fu sempre generosa ma, evidentemente, non era più disposto ad affrontare lo
sforzo totale, conclusivo.

Come già avvenne prima di Tokyo, anche per il Messico il suo allenamento fu condotto in modo tale da rendere possibile la richiesta del massimo sforzo, distanze e velocità, solo nei percorsi olimpici e lui, in Giappone, si prodigò con brio disinvolto superando allegramente i limiti delle velocità massime. Nello steeple e nel cross fu il cavallo più brillante in assoluto. Nella terza prova, concorso ippico, Checcoli lo montò come in un percorso d’esercizio e non commise errori. Al Messico invece, nonostante fossero passati quattro anni dal suo precedente grosso impegno, l’atmosfera della gara gli fece intuire quale compito era chiamato ad assolvere e non accettò l’agone. Certamente non s’è trattato di un calo di forma dato che, fino
a quel momento, nulla era visibilmente cambiato in lui e la sua esuberanza non era venuta meno. Lo vidi passare ai 2000 metri dello steeple, bene in mano e alla velocità di 700 metri al minuto. Calò di colpo; non galoppò più. Quando mi ripassò davanti iniziando la seconda marcia, fase C, era in ottime condizioni e per nulla affaticato. In quella marcia si dimostrò svogliato e disinteressato al punto da lasciarsi superare da altri concorrenti; fatto per lui inaudito. Nel cross partì forte contro il primo ostacolo, prendendo una partenza molto anticipata e picchiò rudemente il nodello posteriore sinistro. Per parecchi secondi accusò il dolore, poi ripartì per rifiutare una volta il secondo ostacolo. Si fece eliminare più avanti ma in realtà già dopo i primi duemila metri dello steeple aveva rinunciato. Prima di allora certamente ne avrà fatti anche lui dei
rifiuti, ma ben pochi perché, per quanto ci ripensi, non riesco a vederlo, con gli occhi della mente, fermo davanti a un ostacolo e non credo che si tratti della cecità dell’amore! Rientrò in scuderia in perfette condizioni fisiche che mantenne fino al suo ultimo giorno.

Ecco, in breve, la storia di Surbean, dei tredici anni che trascorse con noi. Sulla collina, ai Pratoni del Vivaro, una lapide segna il punto dove ora riposa e lo ricorderà a chi ne ha seguito lo smagliante successo. Mentre lo capii e lo seppi interpretare nella preparazione per Tokyo, sbagliai psicologicamente in quella per il Messico. Per una debolezza morale e
affettiva mi lasciai ingannare e fui portato a commettere un errore tecnico. Grave colpa per chi dirige una preparazione. Questa è la mia autocritica.

Fabio Mangilli